Atto I

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Dytril

 

La volta stellata, di un cupo colore blu, era rischiarata dal colmo di una luna bianca e splendente nell’atmosfera limpida di una notte d’estate.

I freddi raggi lunari intrappolavano i profili delle montagne, alte come imponenti onde nere e immobili nella calma notturna, per poi filtrare tra le fronde degli alberi ed infine illuminare il viso di un fanciullo, intento ad ammirare lo splendore di quella notte carica di magia.

Il potere della terra trasudava da ogni essere vivente, da ogni protuberanza disconnessa delle radici delle piante, da ogni conca della terra in quel luogo, per poi librarsi nell’atmosfera, e dare potere agli eventi.

Dytril,raggomitolato su un ramo, rimaneva incantato da questo potere. Il ragazzo non  lo poteva capire, ma questo potere era incanalato nel suo essere, era parte di lui e delle sue cellule. In quel momento osservava a bocca aperta i profili di quello “tsunami” di roccia immortalato all’apice della sua furia, migliaia e migliaia di anni prima.

Le creature della notte si risvegliavano per vivere la loro esistenza: la sagoma di un cucciolo di drago solcava quell’angolo di cielo più scuro; le lucciole, volteggiavano leggiadre intorno a Dytril.

Come svegliato dal sonno, il ragazzo sussulta di meraviglia, al ricordo di qualcosa che gli si forma nella mente alla vista di queste piccole forme di vita lucenti; qualcosa di più importante del contemplare il panorama e godere delle meraviglie della notte, lo tira giù dal suo nascondiglio.

L’impeto del suo desiderio durante la discesa, lo fa scivolare su un ramo e atterrare goffamente a terra.

“Stupido che non sei altro! guarda cosa combini! ora sei tutto sporco!” si dice tra sé.

Come se nulla fosse, si rialza in piedi, scuote le foglie secche e i fili d’erba dalle spalle.

Il capitombolo lo ha impolverato e i capelli arruffati sono intrecciati con alcuni rametti di rampicante.

Dytril è un ragazzo più robusto e più grande rispetto ai suoi coetanei: i suoi  capelli biondi, sempre un po’ mossi, gli danno un aspetto allegro ma un po’ arruffato. Gli piace vestire con una tunica del color della canapa, legata in vita con una corda, cui é appesa una corta spada di legno, che si è costruito da sé.

“Ecco, così va meglio! E vedi di non sporcarti più, altrimenti che figura ci farai con lei!”

Dopo essersi  pulito, si lancia in una una corsa a perdifiato saltando tronchi, infilandosi tra i cespugli, guadando i ruscelli, verso la sua meta. I suoi pensieri corrono insieme a lui verso un viso familiare, e uno spruzzo di rossore compare sulle sue gote: il pensiero di rivedere quella ragazza lo imbarazza e lo eccita.

L’ultima volta che l’aveva vista, Eryel era sul carro pieno di mobili di legno, che il padre falegname aveva creato durante l’inverno. Come ogni primavera li aveva riuniti sul carro ed era partito per la città di Lek, dove si sarebbe fermato a venderli fino all’esaurimento di tutta la merce.

E’ trascorsa una luna da quando lei era partita per accompagnare il genitore.

“Quanto tempo!” pensa Dytril.

Gli sembrava che fosse passata un’eternità, e questi minuti di corsa sembravano interminabili.

Nella sua mente prende forma l’immagine del viso di lei, con quei grandi occhi di smeraldo, che risaltano così tanto sulla capigliatura riccia e ramata! La immagina nel suo vestito preferito, un semplice abito verde con la camicia dal colletto colore dell’erba, e la lunga veste che le ha cucito la zia.

Il cuore di Dytril batte forte per l’eccitazione: ha un regalo con sé. E’ una statuetta di legno che ha intagliato per lei: ha le sembianze di un folletto.

Ed Eryel adora i folletti.

Nella sua corsa Dytril si immagina il momento in cui lui le porgerà il suo dono, immagina la gioia di Eryel, sicuramente lei lo bacerà.

Col rossore che gli macchia le gote, corre verso quello spiazzo in mezzo agli alberi, la piccola radura che piace tanto a Eryel.

Lei va lì per danzare con le fate.

È la stessa radura che hanno scoperto insieme e dove hanno passato tanto tempo a rincorrersi e a danzare con lucciole e folletti.

Eccola! E’ dietro quei cespugli.

 

Eryel

Dytril ed Eryel sono cresciuti insieme nello stesso villaggio, sulle sponde del lago di Lek, un villaggio di pescatori e boscaioli.

Il villaggio si sviluppa partendo dalle sponde del lago fino ad arrivare molto più su, sulla montagna, lungo una salita che serpeggia lungo la ripida valle, scavata da secoli e secoli di intemperie.

Eryel vive con suo padre, che la lascia al villaggio da sua zia Cornelia durante il periodo di taglio di quelle piante che gli servono per creare i mobili.

Eryel trascorre quei periodi di lontananza del padre con allegria e spensieratezza.

Nel villaggio non ci sono tanti bambini della sua età, ma per fortuna c’è Dytril con il quale ha sempre avuto un legame particolare. Lui la guarda con quei suoi profondi occhi verdi e sembra in grado di leggerle nel cuore: è diverso dagli altri perché è sempre gentile, e ha un’anima artistica e sognatrice.

Mentre gli altri ragazzi si divertono a tormentare i cani o i gatti del villaggio, o a simular battaglie contro draghi per salvare una principessa, loro due rimangono in disparte a osservarli sorridendo, complici dei loro piccoli segreti notturni, di quelle fughe nel bosco e di quei giochi segreti con gli esseri fatati.

Quando Eryel era più piccola, Dytril non abitava ancora nel villaggio, e  giocava con gli altri bambini.

Tamir, esile e longilineo, era il più grande in età all’interno del gruppo. I suoi stivali erano sempre macchiati di fango per le scorribande nei campi coltivati, dove si procurava la merenda per tutta la banda dei suoi amici. Essendo il più grande, era anche quello che decideva quali giochi si potevano o non si potevano fare.

Poco più piccola di Tamir c’era Ofelia, dal caschetto di capelli neri e dalla pelle color latte; in quanto figlia dell’alchimista, poteva permettersi tessuti e vestiti costosi, e questo all’apparenza poteva farla sembrare sembrare altezzosa, ma conoscendola tutti capivano che era gentile e di buon cuore.

Di un anno più piccola di Tamir, c’era Siria, sua sorella; anche lei, come suo fratello, essendo figli di un commerciante di tessuti, si vestiva con abiti ricavati dagli scarti migliori – ma pur sempre scarti – ricavati dalla lavorazione dei vestiti.

Infine c’erano i due ragazzi più piccoli.

Roxie, una biondina che sotto uno strato di sporco perenne che le faceva da corazza,  facendola quasi sembrare un maschiaccio, mostrava gli occhi chiari e dolci di una bimba fragile che non voleva mostrare la sua vulnerabilità.

E, da ultimo, Alan, il bambino più piccolo del gruppo: era quello più sfortunato, piccolo e gracile, e che lasciava intravedere una lieve curvatura della sua schiena che senza dubbio in vecchiaia sarebbe stata una gobba, proprio come quella di suo padre.

Alan tentava sempre di contrastare l’autorità di Tamir ma non vi riusciva a causa della sua minore età che non lo aiutava dal punto di vista fisico.

Il giorno dell’arrivo di Dytril stavano giocando sulle rive del lago, e i ruoli erano quasi sempre gli stessi. Tamir faceva il cavaliere ed Alan era il suo scudiero; Eryel era la principessa da salvare; Ofelia e Siria erano le due streghe che comandavano il drago, e il drago era Roxie. Quando iniziavano a giocare, Tamir e Alan lasciavano il tempo a Ofelia, Siria e Roxie di trovare un posto dove tenere prigioniera Eryel, per poi tendere l’imboscata al cavaliere.

Quel giorno le due “streghe” avevano scelto un albero caduto, incastrato sulla riva del lago: la radice ancorata verso riva, il tronco appoggiato obliquamente a un masso, e la parte superiore spezzata nell’acqua, con la sua chioma fitta di rami ancora verdi.

Eryel era stata fatta arrampicare sull’albero e si trovava poco oltre la parte spezzata che iniziava a ricadere verso il basso.

Era autunno, il cielo era carico di nuvole grigie, e una brezza rendeva l’aria più frizzante del solito.

Il vento aveva aumentato la sua forza e scompigliava i capelli biondi di Dytril, che viaggiava sul carro con i suoi genitori. Insieme si stavano trasferendo nell’altra grande città al lato opposto del ramo del lago, Kom.

Insieme al vento si erano alzate anche le onde sul lago. Da una curva sulla strada Dytril vide quei bambini che giocavano sulla spiaggia.

Il suo sguardo venne subito attratto da quella chioma rossa che volteggiava nel vento sopra quell’albero spezzato. Ai piedi dell’albero i due maschi avevano legato due bambine,  mentre una terza bambina piccola e bionda si arrampicava sull’albero: lei voleva a tutti i costi raggiungere la bambina dai capelli rossi, legata per un polso al ramo più grosso, che ricadeva anch’esso nel lago insieme alla parte alta dell’albero.

Il vento fischiava rumoroso.

Le onde si ingrossavano e scuotevano le fronde dell’albero che fluttuavano nell’acqua, facendo ondeggiare il tronco in modo pericoloso.

La bimba bionda, eccitata dal gioco e dal suo ruolo di drago difensore, scivolò e si aggrappò al ramo dove era legata Eryel.

Un schiocco secco risuonò nell’aria.

Il ramo si ruppe, trascinando con sé nell’acqua le due bambine.

Roxie cadde nell’acqua bassa vicino alla riva: libera da vincoli si rialzò fradicia e si distese sulla riva, spaventata e tremante.

Gli altri bambini osservavano impietriti la scena.

Nell’acqua più alta il ramo galleggiava e si allontanava dalla riva, portando con sè Eryel.

Senza esitazione Dytril, che aveva assistito a tutta la scena, saltò giù dal carro e corse lungo il ciglio della strada verso un  piccolo dirupo che cadeva a strapiombo sulla riva.

Si tuffò.

Eryel era terrorizzata e tentava a fatica di tenere la testa fuori dall’acqua. Il ramo rotolando su se stesso nell’acqua aveva attorcigliato la corda come un filo intorno al suo rocchetto: ad ogni ondata che faceva ruotare il ramo, Eryel veniva trascinata sott’acqua; era senza fiato e non si rendeva conto di dove stava andando.

Dytril nuotava, tra le onde, tenendo lo sguardo fisso sul tronco. Spesso nell’atto di respirare ingoiava acqua che lo faceva tossire.

Afferrò il ramo da una fronda e iniziò a tirarsi verso il legno più grosso: con il  suo peso era riuscito a bloccarlo!

Le mani erano intorpidite dal freddo, mentre le braccia e il petto iniziavano a sprigionare calore per il grande sforzo.

Riuscì ad afferrare la corda sebbene avesse le dita rigide per il freddo, sfilò il suo coltello e con fatica riuscì a reciderla.

La corda gli scivolò via come un serpente. Dytril riuscì comunque ad afferrarne il capo con una mano e con tutte le sue forze la trasse a sé, mentre con l’altra mano si teneva aggrappato al ramo.

Da sott’acqua dapprima emerse una massa scomposta di capelli, poi un viso pallido e stanco.

Un conato di vomito le fece sputare acqua, e una cascata di aria le riempì i polmoni: Eryel adesso respirava e non si sentiva più trascinare per il polso: era libera!

Con un’ultima spinta delle gambe, il ramo si incagliò fra i sassi della riva: Dytril era stremato ed Eryel gli si aggrappava al collo con tanta forza da togliergli quel poco respiro che gli rimaneva.

- Ora potresti lasciarmi respirare, siamo a riva. -

Quella fu la prima frase che le disse Dytril, ma lo fece tramite il suo pensiero, eppure Eryrl lo sentì nella sua mente come se lo avesse udito.

Eryel lasciò andare la presa al collo, e si rilassò sui ciottoli, si girò per vedere chi l’aveva salvata, e il loro sguardo si incrociò per la prima volta.

 

Beregrum

Altrove, in uno scuro anfratto, sopra un tavolaccio pieno di polvere e ragnatele, tra boccette contenenti occhi di animali estinti, parti anatomiche di mostri impensabili, scoppiettano alambicchi bollenti: fumi acri si mescolano nell’aria formando nebbioline verdastre e malvagie, e una luce scaturisce violenta.

Un cristallo antico come il mondo, seppellito sotto montagne di libri e appunti scarabocchiati, fa di nuovo notare la sua presenza, si risveglia e mostra la sua luce accecante come un grido acuto in una buia notte e silenziosa. Squarcia la nebbiolina, la dissolve, surriscalda un liquido violaceo che fa scoppiare la boccetta che lo contiene, mandando schizzi sulle pareti e sui libri tutt’intorno, fin sul pavimento.

Poi il cristallo si spegne, e di nuovo il buio.

Lo strano evento scuote dal suo torpore creativo un vecchio, curvo su una logora sedia a dondolo. Le sue rughe si tendono sulla sua faccia avvizzita, e un sorriso malvagio si stende in quel mare di peli sotto la sua folta barba bianca. I suoi occhi si illuminano di una luce fredda, di una gioia malata.

Con mente lucida, si avvicina ad una sfera, vi lancia un incantesimo e pian piano essa gli mostra ciò che cerca: due visi di ragazzini bagnati. E’ solo un’immagine che dura un attimo, poi la sfera torna a spegnersi.

L’euforia esplode in una grassa risata. Il vecchio freme dalla gioia, quasi ritornato a gioventù, e si risveglia in lui una nuova energia che lo scuote, e gli da una carica di vita.

“…il cristallo si sveglierà come oracolo del suo arrivo… due cuori per uno perché l’uno sia il solo… e la morte sarà vita…”

“Lo momento è giunto! Ecco lo avviso!  Dove allocai lo tomo?”

Beregrum, questo il nome del vecchio, trascina le sue stanche ossa con un nuovo vigore, a vederlo sembra come rinato. Eccolo lì a borbottare e ad agitarsi, smuovendo tomi e carte dagli scaffali in quella caotica biblioteca, riempita in lunghi inverni di solitudine.

Beregrum torna a ricordare gli ultimi mille anni della sua vita, trascorsi alla ricerca delle profezie e del cristallo, e ricorda la sua felicità nel momento in cui finalmente lo trovò, poi la lunga attesa di un segno del suo risveglio, dopo ancora la delusione di aver trovato un’imitazione, poi la frustrazione del dubbio di aver sprecato al sua vita dietro un’illusione, ed ora infine tutto riluce della gloria del successo!

Manca però ancora parecchio da fare: finalmente, sotto uno straccio per la polvere ormai lurido e consunto, riemerge il suo libro da negromante.

“… Il cristallo si sveglierà una prima volta alla rivelazione, ove il potere sarà innescato, verrà poi il secondo risveglio alla maturazione, e nel successivo plenilunio il rito dovrà condurre all’ascesa perché il cristallo rifulga in eterno… ”

“Bene” si disse Beregrum  “posseggo tutto lo tempo per prepararmi allo rito, per organizzare le cose nello modo che tutto corrisponda, è questione dello solo aspettare, ancora uno pochino, ancora uno pochino…”

 

Eryel

Erano trascorsi tre anni dal giorno in cui Dytril era arrivato al villaggio e aveva salvato Eryel dalle fredde acque del lago.

In principio i genitori di Dytril non avevano programmato di stabilirsi in quel villaggio, arrivando dalla grande città di Kom, perché il vivere lì avrebbe fatto riaffiorare gli stessi problemi che li avevano spinti a trasferirsi, e probabilmente ancora prima, dato il piccolo numero di abitanti.

Ma il gesto eroico compiuto da Dytril, e l’accoglienza degli abitanti che lo avevano subito soprannominato “elcor”, per poi festeggiarne il coraggio , avevano fatto cambiare idea ai genitori di Dytril e li avevano convinti a stabilirsi lì.

Dytril era muto.

I suoi occhi intensi, che quando ti fissavano sembravano scrutarti nell’anima, erano stati

la causa della decisione del trasferimento della famiglia, lontano dalla grande città.

La gente difatti aveva iniziato a guardarlo con sospetto, ritenendolo un bambino anormale o addirittura una creatura malefica, soltanto perché non riusciva a comunicare e a giocare con i suoi coetanei.

Preferiva rimanere da solo, e vagare come un fantasma assorto nei suoi pensieri.

Lo potevi scorgere per i vicoli della città, lungo le sponde più remote del lago; era stato visto vagabondare persino in aree di periferia dove la gente evitava di recarsi, per timore delle imboscate dei Bogle, i folletti maligni che scorrazzano tra i canneti.

Spesso le persone attaccate da queste piccole orde, fuggono per non ritrovarsi derubata ma difficilmente riescono a vendicarsi del torto subito, perché i Bogle si disperdono e svaniscono tra una canna e l’altra.

A Dytril non succedeva mai niente e questo non faceva che aumentare le voci maligne sul suo conto.

Nel villaggio di Lìmunta, Dytril invece era benvoluto da tutti, nonostante le sue stranezze: Tamir non lo temeva, ma era geloso dell’amicizia che si era instaurata tra lui ed Eryel da giorno dell’eroico salvataggio.

Eryel da subito aveva avuto simpatia per Dytril, vista la sua predisposizione a leggere nel pensiero, ma certamente anche per via della gratitudine che nutriva per essere stata salvata.

Spesso i due amici si tenevano fuori dai giochi del gruppo di coetanei, e li osservavano ripetere le stesse avventure di sempre, mentre il loro rapporto si intensificava e maturava.

Una notte Eryel era a letto,  sveglia, e aveva udito Dytril che le sussurrava nella mente una domanda.

“Eryel… sei sveglia?”

Comunicare con il pensiero era fantastico: potevano rimanere in contatto anche a distanze impensabili, come quando lei era in viaggio con suo padre. Questo intimo contatto non li faceva mai sentire soli.

“Sì. E anche tu mi sembra. Come mai?”

“Non so, stanotte sento un richiamo magico, che mi elettrizza, non riesco ad abbandonarmi al sonno, sento il desiderio di fare una corsa nei boschi.”

“Che bello! Dytril, ci andiamo veramente?”

“Ma sei sicura Eryel? E se ci scoprissero?”

“Che importa! Muoviti! Io sto già uscendo dal letto, spero di non farmi sentire dal babbo. Ti aspetto sotto la betulla della valletta a nord.”

“Va bene, allora ci vediamo lì.”

Silenziosi come ombre, sfilarono tra le mura delle case,  e si incontrarono dove avevano concordato.

La notte era calda, il cielo terso, e la luna piena risplendeva in cielo, fulgida, poco sopra il suo ultimo nascondiglio, dietro la Grignetta.

“Dytril, guarda la luna! Guarda come illumina tutte le montagne!”

“Ma tu lo sai come si chiama la cima più alta?”

“No” ammise Dytril un po’ dispiaciuto, ancora non lo sapeva: dopotutto lui veniva da un altro ramo del lago, e non conosceva ancora la zona.

“Si chiama ‘Grigna’ . Una leggenda dice che la Grigna era una crudele guerriera, che fece uccidere da una sua sentinella un cavaliere venuto a manifestare il suo amore per lei. La guerriera fu trasformata in montagna, e così anche la sentinella, che divenne la Grignetta. “

“Ma è una storia crudele!”

“Beh, sì! E lo  sai che ci hanno scritto anche una canzone:”

 

Alla guerriera bella e senza amore un cavaliere andò ad offrire il cuore;

cantava: “Avere te voglio o morire!”.

Lei dalla torre lo vedea salire.

Disse alla sentinella che stava sopra il ponte:

“tira una freccia in fronte a quello che vien su”. Il cavaliere cadde fulminato.

Ma Dio punì l’orribile peccato

e la guerriera diventò la Grigna, una montagna ripida e ferrigna.

Anche la sentinella, che stava sopra il ponte, fu trasformata in monte

e la Grignetta fu.

Noi pur t’amiamo d’un amor fedele, montagna che sei bella e sei crudele.

E salendo ascoltiamo la campana, d’una chiesetta che a pregare chiama.

Noi ti vogliamo bella che diventasti un monte; facciamo la croce in fronte:

non ci farai morir.

 

A Dytril si accapponò la pelle a sentir cantare la canzone da Eryel.

Seppure nelle loro menti, la voce di lei aveva dato un tono tagliente alle parole, che faceva raggelare il sangue.

D’un tratto lei lo prese per mano e cominciarono a correre verso il bosco, inoltrandosi per I sentieri, a perdifiato; con risolini di euforia per il senso di libertà che li eccitava, correvano e correvano.

Raggiunsero una radura, dove non erano mai arrivati prima, senza rendersi conto della direzione intrapresa: si accasciarono sull’erba umida, abbracciati dal chiarore lunare.

Respiravano affannosamente e il sudore dello sforzo imperlava le loro fronti.

Mentre giacevano immobili, con il viso rivolto alla luna, recuperando la regolarità del respiro, successe qualcosa.

Dagli alberi che circondavano la radura iniziarono ad emergere pian piano alcune piccole luci traballanti, oscillavano nel buio per continuare la loro danza ubriaca sopra l’erba intorno a loro.

Erano lucciole! Alle prime se ne aggiungevano sempre altre, e il fenomeno aumentava di minuto in minuto.

Non ne avevano mai viste così tante tutte insieme. Le lucciole si raggrupparono intorno a un masso semi-sommerso dal muschio, che spuntava al centro della radura, e iniziarono una danza al di sopra dello stesso.

I ragazzini assistevano a bocca aperta, estasiati dallo spettacolo.

Lentamente, come una ragnatela illuminata da un raggio di luna, nelle crepe del masso, prese forma un intricato disegno: sembravano venature della roccia che emergevano tra il muschio che la ricopriva.

La ragnatela raggiunse un culmine di splendore e si rivelò per quello che era, un’incisione di rune incomprensibili.

Come attratte dal richiamo delle rune, dal bosco giunsero altre creature.

Dapprima erano sfere di luce pulsante con un nucleo più luminoso, ma ben presto assunsero sembianze di piccole donne con ali di insetto: erano fate.

Lo stupore di Eryel e Dytril era al culmine, la felicità di quelle visioni non era descrivibile. Le storie narrate davanti al fuoco, dai vecchi del villaggio, non eguagliavano lo splendore di quella visione, perché i racconti erano sempre parole tramandate da generazioni che descrivevano esperienze del genere; mai però i narratori erano stati i testimoni stessi dei loro racconti e  questo diminuiva l’intensità del racconto stesso.

Quando le fate si fecero più vicine ai ragazzi, li invitarono ad unirsi a loro nella danza notturna, accompagnate da una dolce melodia di allegri campanelli.

Ballarono e ballarono; si intrecciavano in movimenti ricchi di armonia, il tempo rallentava, e  pareva fossero passati anni dal momento che avevano iniziato a danzare con le fate.

Lentamente, le fate rallentarono le loro danze e si fermarono. Quando si congedarono, come d’incanto la radura tornò a risplendere solo della luce lunare.

Osservando la luna, a Dytril ed Eryel sembrò che non fosse passato molto tempo. Forse era stata una visione? Si sentivano freschi e riposati, senza nemmeno il sudore che avevano addosso alla fine della corsa, poco prima che tutto accadesse.

Erano ebbri di gioa e carichi di magia: il mondo fatato era meraviglioso, e questa avventura li legava ancora di più l’una all’altra.

Rientrando al villaggio, decisero che quello sarebbe rimasto il loro segreto. Nella speranza di non aver vissuto un miraggio tornarono nella radura anche le notti successive, ma non accadde più nulla.

Scoprirono il perché solo il seguente plenilunio, mentre aspettavano sdraiati nel prato. Tutto accadde come la prima volta: la magia della roccia, le lucciole, le fate, i balli e l’immensa gioia che li avvolgeva.

Ne dedussero che quel magico evento succedeva solo nelle notti di luna piena, quando   con il suo bianco manto ricopriva il mondo.

Da allora ogni plenilunio divenne la loro notte magica, dove si incontravano per condividere e godere quella gioia con le fate.

 

Dytril

La corsa tra ricordi ed emozioni termina. Finalmente Dytril giunge alla radura dove il masso ricoperto di muschio si staglia davanti a lui.

Là vicino Eryel balla entusiasta in mezzo alle prime lucciole, che con la loro tenue luce le illuminano il viso ad intermittenza.

Negli ultimi due anni, non si erano persi nemmeno un plenilunio.

Le lucciole sono l’indizio che l’ora si avvicina, ecco il messaggio che prima Dytril aveva aspettato seduto su quel ramo. Finalmente lui ed Eryel si possono rivedere, proprio nella loro notte segreta.

Il destino ha voluto che il ritorno di Eryel coincidesse con la notte di luna piena, un evento carico di magia, quando  le maree si alzano in un richiamo magnetico verso l’astro satellite: le forze magiche della terra vengono anch’esse attratte dal fenomeno, e l’aria si carica di magia. Chi è in grado di controllarla sente questo fenomeno  e ne gioisce. Questa notte, concentrato di potere, è anche tra le più pericolose, perché esperimenti ed evocazioni viaggiano trasportati da fiumi magici, che intrecciandosi  danno vita a nuove correnti: le bestie e i mostri si nutrono di queste energie, e per trovarli si inoltrano nelle loro cacce notturne.

Dytril avanza a bocca aperta, sempre affascinato dalla magia della scena che gli si para di fronte.

“Ben arrivato Dytril, ti ho atteso a lungo. E’ passato molto tempo, ma sono tornata. Anche se ormai era tardi e il villaggio dormiva, sapevo che ti avrei trovato qui, senza bisogno di avvisarti. Vieni, loro stanno per andarsene via! Vieni, Dytril!”

 

Eryel si era accorta del suo arrivo senza bisogno di voltarsi, ma lui non se ne stupisce,

perché tra loro il contatto telepatico è sempre stato forte.

Dytril difatti non ha mai parlato, non si capisce se sia solo un blocco mentale, del resto i i suoi genitori lo hanno sempre trattato con amore, altri bambini invece lo hanno spesso indicato come portatore di sfortune: l’unica che lo ha sempre trattato diversamente è

stata Eryel, perché sentiva la voce dei suoi pensieri e leggeva nei suoi sguardi i suoi sentimenti.

Timidamente Dytril si avvicina ad Eryel e le porge il suo dono.

Come folgorata da un incantesimo Eryel si illumina di gioia per quel tenero gesto.

“Oh Dytril ! Ma…. é stupendo!”

Prende il dono con cura estrema e lo osserva rigirandolo tra le delicate dita.

“Grazie infinite, riesco a sentire l’amore che hai usato nell’atto di scolpirlo, ne è ancora carico… grazie, grazie! Ti voglio tanto bene!”

Nella foga di quella gioia, lei lo bacia, non sulla guancia, come ingenuamente lui si aspettava, ma sulle labbra.

Un’aura di potere si forma intorno ai due ragazzini, a coronare un gesto puro e assoluto. Le forze, scaturite dall’intensità dei sentimenti, li trascinano verso l’alto avvolgendoli in una sfera e strappandoli al terreno; le fate, appena giunte, sono eccitatissime dalle correnti magiche e iniziano a saettare su e giù per la collinetta, creando effetti di luce simili a fuochi d’artificio.

Intorno ad Eryel e Dytril la luce e la magia si diffondono, la pietra di cristallo al centro della radura assorbe queste energie e libera un fascio di luce che sale verso il cielo notturno, come una freccia indirizzata al globo bianco che in quel momento è perfettamente perpendicolare sopra la pietra.

Come un’eco di questo evento straordinario, un cristallo risplende di una luce intensissima, tanto da illuminare a giorno la stanza in cui è custodito, più potente della prima volta che si era illuminato qualche anno prima.

“Giunto é lo tempo dello mio agire…”,  sussurra il vecchio Beregrum nel suo antro.

L’estate scorre lentamente, calma e calda.

Dytril ed Eryel che, dopo la notte magica del loro ritrovamento nutrono l’un per l’altra un amore crescente, mai si sarebbero potuti immaginare un evento così fantastico come il loro primo bacio.

Si cercano di nascosto durante tutto il giorno, tra sguardi e sorrisi scambiati mentre compiono le loro faccende, ormai hanno quindici anni, non possono più trascorrere le giornate a giocare.

È usanza che alla loro età i ragazzi debbano darsi da fare nel villaggio, provando varie mansioni, per scoprire se tra le professioni ce n’è una per la quale sono più portati, e iniziare a così ad intraprenderla come apprendisti.

Ogni notte fuggono verso la radura, dove si incontrano e parlano del loro futuro e dei loro progetti. Ma le loro discussioni non disturbano la quiete della foresta: anche per un cacciatore esperto sarebbe impossibile scovarli, dato che non fanno rumore.

Nelle notti che precedono e seguono la nascita della nuova luna, che sono le più buie, si rifugiano salendo con una scaletta di corda tra i rami di un grosso pino: una volta sopra all’albero, Dytril tira su la scaletta per evitare soprese.

I boschi sono frequentati da cinghiali, caprioli, cervi, lupi e volpi, che non sono in grado di arrampicarsi sulla scaletta di Dytril, ma le sorprese che lui vuole evitare sono quelle degli uomini: spesso le foreste difatti sono rifugio di briganti di passaggio, o di viandanti solitari.

 

Eryel

La prima notte di luna nuova, il mondo è immerso nel buio più profondo. Solo le stelle dominano la volta celeste e lassù nel cielo brillano ancor più fulgide del solito.

Eryel con passo leggero si dirige verso il grosso pino, per il consueto incontro con il suo amato; la mancanza della luna affievolisce il flusso magico, eppure qualcosa nell’aria la fa sembrare carica di magia.

Giunta al pino trova la scaletta calata, di solito Dytril é già salito e la aspetta.

“Adesso salgo”, lo avvisa mentalmente.

Questa volta non riceve risposta.

“Starà preparando una sorpresa” si dice, “fa sempre il silenzioso quando sta combinando qualcosa”.

Una mano l’afferra mentre si allunga verso l’ultimo piolo, poi la stessa mano la issa con forza verso l’alto, togliendole il respiro. Una seconda mano le tappa la bocca.

“Stai ferma e in silenzio!”

Il terrore le gela il sangue, sente che Dytril è preoccupato.

“Perchè fai così? Cosa succede?”

“Non lo so, ma c’è qualcosa nell’aria che non mi convince.”

Dytril ritira la scala.

Lentamente alcune lucciole prendono a volare intorno a loro. Se ne stanno nascosti dai rami più bassi, seduti tra due rami che nascono dallo stesso nodo, rami così grossi da creare qualcosa di simile ad una piccola nicchia, simile a quella fatta di roccia che si può trovare su certi strapiombi.

Il colore delle lucciole inizia a mutare verso toni più caldi di arancione, fino a farle sembrare piccoli globi infuocati che fluttuano intorno a loro.

Questo affascinante evento accade in pochi istanti e lo stupore dei due ragazzini li lascia pietrificati in un abbraccio.

Un’esplosione di luce, poi il buio.

 

Dytril

Era buio tutt’intorno.

Dytril si stava svegliando lentamente: non sentiva l’aria sul viso, ed era seduto per terra all’asciutto, e nessun rumore intorno.

Non ricordava come aveva fatto ad arrivare lì, ma pian piano gli vennero in mente le strane lucciole, l’ultima cosa che aveva visto, e poi che era sull’albero, il suo albero, insieme ad Eryel.

Il terrore, come un rombo, carambolò nella sua mente.

“Dov’è Eryel?”

Prese a gridare nel silenzio della sua mente, in cerca della  risposta.

Nessuna risposta, solo un gelido silenzio intorno.

Iniziava a farsi prendere dal panico, e ansimava.

Si alzò e tastando il pavimento tentò di raggiungere una parete, a tastoni cercò di capire quante pareti c’erano, e iniziò a camminare, dicendosi che se c’era una parete ci doveva essere anche una porta.

Niente.

Avanzava ma non incontrava nemmeno uno spigolo: ad un certo punti capì che la parete non era del tutto piatta ma leggermente incurvata. Stava girando in tondo in una stanza circolare e non c’erano porte!

Il panico lo assalì, il cervello ragionava in tondo anch’esso, e si chiedeva dove era finito, e come faceva ad uscire da quell’incubo.

Ma soprattutto voleva sapere dov’era Eryel  e perché lei non lo sentiva.

Preso dal panico provò a correre, con una mano che scorreva sulla parete, come per provare che si sbagliava; voleva provare a se stesso che il cerchio era molto largo e che ancora non aveva raggiunto la porta.

Corse e corse, finché non inciampò e cadde a terra, e allora iniziò a piangere.

Alla fine, la stanchezza ebbe la meglio sull’angoscia e, nel buio, si addormentò.

Un nodo alla gola lo stringeva dandogli l’impressione di essere legato con un guinzaglio, ma questo era vero soltanto nella sua immaginazione.

Se ne stava seduto raggomitolato su se stesso stringendosi con forza alle ginocchia, con la schiena appoggiata alla parete: si sentiva inerme.

Una grossa lacrima gli correva sul viso, se l’asciugò e aprì gli occhi.

Ebbe la sensazione che il buio stesse scemando, forse gli occhi si stavano abituando a tutto quel nero.

Si guardò intorno, infine alzò lo sguardo verso l’alto, parecchi metri più su una rotondità azzurrognola mandava una debole luce.

Gli occhi si abituarono a quella luce e poté osservare dove era rinchiuso.

Era una torre circolare, che saliva liscia verso l’alto, e il cerchio della base non era così largo come aveva immaginato al buio.

All’incirca a due metri da terra dove lui si trovava, il cilindro alla base della torre si allargava verso l’esterno, creando una sorta di piccolo camminamento dal quale partivano a spirale verso l’alto dei pali regolari, che arrivavano fino alla finestrella circolare dalla quale iniziava a riversarsi la luce dell’alba.

Inoltre si rese conto che sul muro, poco prima del punto in cui la base si allargava, si poteva vedere un segno, come se quel luogo fosse stato un gigantesco catino, in cui rimaneva una traccia del liquido raccolto.

Dytril era alto circa un metro e settanta, gli bastò alzare le mani per raggiungere la sporgenza, e issarvisi sopra.

“Che stupido sono stato!” pensò “non ho nemmeno provato a tastare il muro più in alto”

Salito sul bordo, che era largo un metro abbondante, osservò i pali che sporgevano dal muro e  capì perché erano stati inseriti nella torre in quel modo: salivano a spirale lungo il cilindro della torre e una volta dovevano essere stati i montanti per le scale.

Le scale però non esistevano più: ora rimanevano solo queste protuberanza dritte come dita tese nel vuoto, come a cercare di afferrare ciò che vi cadeva dentro.

E chissà per quale ragione le scale non erano state ricostruite!

Iniziò a tentare la scalata, provando a testare se i pali sporgenti avrebbero retto il suo peso: il problema era afferrarli e tenersi aggrappato per poi passare al successivo.

La scalata in verticale pareva di almeno dieci metri, ma il diametro della torre poteva essere il doppio, ed era costretto a saltare di palo in palo salendo la spirale: una cosa per nulla semplice.

Quando il sole iniziò a tramontare, la luce all’interno della torre non gli permetteva di rischiare di proseguire, in tutta quella giornata Dytril tra una caduta e l’altra era riuscito ad arrivare al terzo palo.

Aveva contato cinquanta pali prima della finestra: adesso era solo affamato, frustrato del piccolo risultato ottenuto, ammaccato dalle cadute e  con le mani graffiate, e dai palmi si staccava il primo strato di pelle secco ed escoriato dal legno.

Si era fermato sul palo e stava pensando ad un modo per non cadere nel caso si fosse addormentato, dicendosi che il giorno dopo sarebbe dovuto salire almeno di sei pali, quando udì un sibilo provenire dall’alto, e un boato di impatto al suolo riempì la torre facendolo trasalire.

Qualcuno aveva gettato qualcosa nella torre: nella fioca luce sembrava un fagotto di stracci, ma dalla velocità della caduta e dal rumore doveva contenere qualcosa di più pesante.

Dytril in preda al dubbio guardava il fagotto, e tentava di decidere cosa era meglio per lui, scendere e vanificare tutta la fatica fatta quel giorno nella speranza che il fagotto potesse contenere del cibo, oppure resistere e tenere la posizione conquistata.

Un brontolio dello stomaco lo fece scegliere: balzò dal palo verso il bordo di quella specie di pozzo e poi saltò dentro; raccolse il fagotto con fare diffidente,  poi lo lanciò sul bordo e vi risalì.

Slegò il fagotto: era composto da uno straccio che con vari giri su se stesso avvolgeva qualcosa al suo interno.

Mentre la luce svaniva, riuscì comunque a distinguere del pane e della frutta, probabilmente anche verdure: tutto ridotto in pezzi a causa del violento impatto col suolo.

Prese a mangiare quell’insolita cena mentre l’oscurità totale lo avvolgeva nuovamente.

Il giorno successivo all’alba riprese i tentativi di arrampicata, i muscoli gli dolevano per gli sforzi del giorno precedente, aveva strappato il tessuto del fagotto e ne aveva ricavato un paio di lembi che aveva usato per fasciare e proteggere le mani graffiate, così da poter salire più pali del giorno precedente.

Al tramonto aveva raggiunto il quinto palo, ma era stremato, e le fasciature che avevano protetto le mani si erano tutte consumate.

Come era successo la sera prima, il fagotto rifece il suo ingresso fischiante per poi atterrare sul pavimento con quel tonfo assordante.

Dytril rinunciò ancora a malincuore alla posizione che aveva conquistato con tanta fatica, perché il suo corpo chiedeva di mangiare.

Il giorno successivo si svegliò in preda allo sconforto, era ancora lì in fondo al pozzo, stanco e affranto, voleva liberarsi e trovare Eryel.

Nonostante due giorni di fatica i progressi per uscire da quel posto erano pari al nulla.

Pensava che ogni sforzo fosse inutile, voleva uscire subito da lì, ma si rendeva conto che di quel passo ci avrebbe potuto impiegare un messo o forse più, ma sarebbe stato in grado di saltare, aggrapparsi, issarsi su cinquanta pali, in una sola giornata di luce, senza cadere una volta raggiunta o superata la metà dell’altezza della torre?

Era un’impresa titanica, non poteva farcela, non poteva aspettare, non poteva continuare a scendere per mangiare ogni sera.

Pensò tutto il giorno a come fare ad uscire più in fretta, girando in tondo per quella vasca. Non aveva strumenti che lo potessero aiutare, né per arrampicarsi né per scavare dei buchi nel muro da usare come appigli per arrampicarsi. Non aveva strumenti per rompere parti dei pali di legno e tentare di crearsi uno strumento di scavo o altro.

Si sentiva impotente, in balia del tempo e di quel luogo ostile, e poteva solo affidarsi al suo fisico. Decise che avrebbe atteso il tramonto per ricevere il fagotto di cibo: era l’unica cosa che quel giorno riusciva a fare oltre a deprimersi.

Il tramonto arrivò, poi arrivò il buio totale, ma il suo fagotto di cibo non arrivò. Passò dalla rassegnazione alla furia, prese a picchiare perfino sulle pareti con calci e pugni, con il solo risultato di farsi male.

Passò la notte ad interrogarsi sul perché non gli fosse stato mandato il cibo, e si addormentò piangendo e pensando ad Eryel.

Arrivata l’alba riprese ad arrampicarsi, più determinato che mai: il riposo di una giornata aveva giovato ai suoi muscoli e al suo equilibrio. Si accorse che gli riusciva più facile fare quei movimenti, e migliorò anche la sua tecnica di arrampicata.

Una volta arrivato ad un palo, doveva compiere un balzo per raggiungere il palo successivo, dovendo poi aggrapparsi e stringere con le braccia il grosso legno, per poi sfruttare l’energia di rotazione e issarsi al di sopra. E più saliva più il tutto si faceva pericoloso per l’altezza raggiunta, e senza prendersi un po’ di pausa i muscoli gli dolevano per lo sforzo, impedendogli di avanzare con velocità.

Era arrivato al settimo palo al termine di quella giornata, quando il fagotto col cibo piombò dall’alto. Siccome era rimasto digiuno il giorno precedente, il pensiero di un pasto gli tolse ogni ragione: come una belva sulla preda si gettò verso il basso.

Mentre mangiava, al buio, iniziò a riflettere.

Colui che gli mandava il cibo sicuramente lo osservava di nascosto: il fatto che il giorno precedente non avesse tentato di arrampicarsi e che non avesse ricevuto il fagotto potevano essere dei fatti collegati?

Probabilmente sì, o forse era un caso.

Magari era qualcuno che aveva pietà di lui e di nascosto gli passava quello che riusciva a trovare, e la sera precedente  era stato impedito nel suo gesto da qualche evento a lui sconosciuto.

Magari invece era il suo stesso carceriere a punirlo per non avere tentato la scalata.

Ma che significato poteva avere?

Cosa significava essere imprigionato in quel luogo, con una difficoltà tale da rischiare di ammazzarsi cadendo, ed  essere punito con il digiuno nel caso non vi avesse tentato?

No, sicuramente c’era un’altra spiegazione: sicuramente qualcuno lo voleva aiutare di nascosto, e non sempre poteva riuscire nel suo intento.

Doveva solo continuare a provare a salire, pensare a qualcosa di più veloce, magari rinunciare a qualche pasto per non perdere la posizione raggiunta. Ma doveva sbrigarsi: se chi lo aiutava non fosse stato più in grado di portargli i viveri, sarebbe stata la fine.

Quella notte pensò ancora a come risolvere il problema: fu l’unica notte in quella prigione in cui aveva smesso di pensare per un po’ ad Eryel. Comunque si addormentò con il suo nome sulle labbra, come sempre.

I giorni successivi i suoi progressi non erano migliorati di molto: al termine della giornata raggiungeva al massimo il decimo palo. Ormai riusciva anche a non cadere, e il bendaggio per le mani era diventato inutile, perché la pelle dei palmi era più spessa e le escoriazioni non erano più un problema.

Escogitò un piano. Di giorno si arrampicava e di notte strappava in sottili lembi i fagotti dei viveri che riceveva, per annodarli in una corda. Ad un capo aveva fatto un nodo con gli stracci di avanzo e quelli che in precedenza aveva usato per proteggersi le mani.

Aveva contato dodici notti trascorse in quel posto. A parte quella unica sera, il cibo gli era sempre arrivato. Aveva collezionato dieci pezzi di tessuto e ci aveva ricavato una corda intrecciata e robusta lunga circa sei metri, la mattina successiva avrebbe provato se la sua idea funzionava. Quindi mentalmente diede la buonanotte ad Eryel, promettendole che sarebbe presto arrivato a salvarla ovunque lei si trovasse.

Appena l’alba illuminò l’interno della torre, Dytril si mosse per provare il suo piano.

Salì sulla rientranza del pozzo e camminò fino a trovarsi sotto il palo più basso, sul quale saliva di solito per iniziare la scalata, si trovava a una ventina di cm da terra.

Prese il capo della corda con la palla di nodi alla sua estremità e la fece roteare in aria. La lanciò verso il palo che perpendicolarmente vedeva sopra di lui, e che segnava l’inizio del secondo giro di spirale. Il capo della corda passò sopra il palo e ricadde dall’altra parte; misurò allora la corda restante, che era ancora lunga, poi fece un nodo nel quale fece scorrere il capo libero, fino a farlo risalire verso l’alto, in modo che si legasse intorno al palo lasciando pendere la corda fino a lui: esultò dalla gioia!

Ora doveva sperare che la corda reggesse il suo peso.

Iniziò ad issarsi, e l’operazione risultò agevole, grazie anche ai vari nodi di giuntura che aveva fatto per allungare la corda e che usava come appoggi per non scivolare con mani e piedi.

Arrivato al palo superiore allargò il nodo che lo avvolgeva e la sfilò. Gli era costato un grosso sforzo quell’arrampicata, perché si era issato per un’altezza di almeno tre metri, ma il risultato era più che positivo, dato che con quella soluzione aveva già raggiunto il decimo palo, e in meno di mezz’ora! Un risultato che fino al giorno precedente era frutto di un’intera giornata di fatica.

Sopra di lui in verticale contava altri quattro pali. Decise che si sarebbe riposato adeguatamente per evitare di arrivare in cima stremato: le forze gli servivano tutte e non sapeva cosa avrebbe trovato lassù, anzi in verità ancora non ci aveva proprio pensato.

Durante le pause iniziò a pensare al momento migliore per uscire da lì, se di notte col buio oppure di giorno, alla fine decise che sarebbe salito di giorno e avrebbe guardato fuori e scoprendo cosa lo aspettava avrebbe deciso il da farsi.

Raggiunse l’oblò della torre un’ora prima che il sole fosse al suo culmine nel cielo: con circospezione si affacciò, e iniziò a studiare la situazione.

L’aria era fresca e frizzante, ben diversa da quella che aveva respirato negli ultimi tempi in fondo al pozzo; sentì i profumi del bosco e la vita gli parve di nuovo bellissima: si sentiva carico di energia e coraggio, pronto per affrontare la nuova sfida.

Vide che non c’era nessuno ad osservarlo; per quello che poteva vedere da lì, l’esterno della torre sembrava costruita sopra una collinetta, con un piccolo camminamento d’erba che le girava intorno. Poco più in là crescevano i primi alberi della foresta: erano alti ma non quanto la torre. Il paesaggio che scorgeva era in salita, probabilmente la finestrella dove si trovava si affacciava sul versante di una montagna, ma il tetto della torre gli impediva di vedere la fine della parete boschiva.

La torre all’esterno era liscia e senza scale. I pali sui quali si era arrampicato all’interno, spuntavano all’esterno della parete per la lunghezza di una spanna, ma non erano certo degli appoggi agevoli, vista anche la loro circonferenza.

Decise di usare un sistema simile a quello della scalata: fece pendere la corda sotto il troncone di palo più vicino, infilò in un nodo il capo libero della corda e poi lo strinse, annodandolo al palo; fece due giri di corda intorno alla vita, si assicurò che fosse tesa e si lanciò nel vuoto a lato del palo restando aderente al muro, in quel modo poteva sfruttare  l’effetto pendolo, ed evitare lo strappo di una caduta verticale.

Doveva ringraziare il suo amico Tamir per questo, perché usava quella tecnica mentre si calava dagli alberi quando giocavano nei boschi: sembrava passata un’eternità!

Ora era a metà strada dal palo sottostante. Sfilò la corda dalla vita lasciandosela passare dietro la schiena; si stese e rimase appeso con il braccio destro verso l’alto, e con la corda che passava dietro la schiena stretta nella mano sinistra, con cui gestiva la quantità di corda utile alla discesa.

Arrivato al secondo palo si girò la corda attorno alla vita curandosi di avanzarne a sufficienza per legare l’estremità libera intorno a quel palo.

Una volta assicurato, con qualche strattone fece sfilare la corda legata in alto, e ripeté l’operazione a pendolo fino ad arrivare a terra.

Non si scorgeva nessuno, non si udivano movimenti, a parte quelli consueti della natura: il leggero fruscio delle foglie mosse dalla brezza, e qualche verso di uccello che volava da un ramo all’altro.

Come aveva imparato seguendo i cacciatori, nei giorni in cui al villaggio cercava di trovare la sua professione, iniziò a cercare delle tracce.

Girando intorno alla torre trovò un sentiero che si inoltrava nel bosco, e decise di seguirlo.

Il sentiero serpeggiava tra grossi alberi. Percepì di nuovo nell’aria quella sensazione che aveva avuto quando la magia era forte. Dietro una curva il camminamento proseguiva, infilandosi in una grotta.

Si rese conto che si stava cacciando in un guaio enorme, ma il pensiero di trovare al più presto Eryel lo fece proseguire.

La grotta era buia, proseguiva una decina di metri in un cunicolo alto un paio di metri e largo altrettanto, ma più avanti si snodava in uno zig-zag che si allargava in una piccola grotta dove era appesa una torcia. La sinuosità del percorso impediva alla torcia di propagare la sua luce nel rettilineo precedente, e ciò impediva di vedere l’illuminazione all’interno.

Nella piccola grotta c’erano due aperture; a destra un tunnel cieco che terminava dopo un paio di metri, a sinistra un percorso di un paio di metri che terminava con una porta chiusa, che sembrava essere molto robusta.

Dytril non sapeva che cosa fare, perché non si aspettava di trovare una porta in una caverna.

Decise di provare a spingerla.

La porta non era chiusa, e si spostò.

Il tunnel proseguiva illuminato da dei piccoli globi, che fluttuavano accanto alle pareti: dovevano esser frutto di qualche magia, non vi era altra spiegazione.

Quella doveva essere la casa di un mago, e  questo spiegava anche lo strano avvenimento della sua cattura sull’albero: con ogni probabilità era capitato nel posto giusto.

Arrivato in fondo al tunnel trovò una seconda porta, uguale alla prima, anch’essa aperta.

La spinse e si ritrovò in una stanza piena di libri accatastati in modo distratto e in disordine. C’erano fogli sul pavimento, sedie occupate da altri libri, pile di carta e rotoli di vecchie pergamene per terra di fianco a librerie ricolme di altri libri.

Su una sedia a dondolo vicino al camino, c’era Eryel.

Lei lo osservava con occhi impauriti, vestita come la notte in cui erano stati catturati, ed era sempre bella come se la ricordava.

“Eryel, sei tu?” esclamò Dytril dalla gioia.

“Perché non mi rispondi?”, insistette Dytril.

“Cosa ci fai qui?”, proseguì.

“Cos’è questo posto?”, disse infine.

Ma non ricevette risposta.

Quella dolce voce che di solito udiva nella sua mente, questa volta era assente.

Pensò fosse colpa del luogo e della sua magia, oppure era colpa di qualcos’altro.

Si scosse. Non c’era tempo da perdere per trovare risposte alle sue domande, dovevano andarsene, e il più in fretta possibile!

La prese per mano e la trascinò via dalla sedia, ma lei opponeva resistenza.

Dytril non capiva perché: era come se Eryel non volesse farsi salvare, ma lui non poteva sapere che cosa lei avesse passato lì dentro.

Vicino alla porta da cui era entrato, appoggiata ad una pila di libri, vide una spada: arrugginita e piena di ragnatele, ma pur sempre una spada!

Decise di prenderla con sé: non si poteva mai sapere se sarebbe stato costretto a difendersi, e comunque gli sarebbe sempre tornata utile.

Poco prima di uscire dalla grotta, Eryel aveva preso a seguirlo senza che lui la trascinasse: forse adesso stava finalmente reagendo, o forse si stava rassegnando alla fuga.

Una volta giunti all’aperto Dytril si bloccò all’improvviso.

Fuori era buio.

Qualcosa non tornava: da quando era uscito dalla torre a quando era entrato nella grotta erano passate un paio d’ore, il sole quindi avrebbe dovuto essere poco oltre il culmine, cioè all’inizio del pomeriggio. Eppure adesso che era uscito dalla grotta, era piena notte: guardando il cielo vide anche la luna brillare, era la notte del plenilunio.

Anche questo non era corretto secondo i conti di Dytril, perché sarebbero dovute mancare altre tre o quattro notti alla luna piena.

Tutto d’un tratto un urlo riecheggiò alle sue spalle, proveniva dalla caverna.

Un rumore di passi rimbombava insieme all’urlo, che aveva poco di umano: strideva feroce e sembrava provenire da qualcosa che si avvicinava di corsa, il ritmo dei passi sempre più frenetico.

Dytril si voltò di scatto e con un gesto d’istinto con una mano spostò Eryel dietro di sé per proteggerla: ancora non riusciva a sentire la sua voce, e neanche fuori dalla caverna erano in contatto telepatico.

Dall’entrata nella roccia spuntò un phooka, un essere magico malvagio: nero come l’ebano e con gli occhi di brace, si diceva fosse capace di compiere gesti di crudeltà atroci verso tutte le creature viventi.

Correva contro a Dytril con le braccia aperte per cercare di agguantarlo, e urlava e urlava con quel suo verso gutturale di animale feroce.

Il phooka incalzava verso Dytril, per travolgerlo nella sua corsa.

Con uno scatto del braccio Dytril alzò la spada in protezione puntandola verso il phooka, che nella foga della corsa non riuscì a fermarsi, e si infilzò sulla lama.

In quello stesso momento, nella radura segreta dove Dytril ed Eryel si incontravano a danzare con le fate, la pietra ricoperta di muschio al suo centro si accese come di una fiamma verde: le incrostazioni che la coprivano si sgretolarono, e la luce sempre più intensa rivelò il cristallo che era in origine.

Un’esplosione spaccò il cristallo in mille pezzi, che si conficcarono negli alberi circostanti: ogni scheggia che colpiva un tronco, trasformava tutta la pianta, e presto tutto il bosco si tramutò in una spettrale foresta di cristallo.

Dytril si ritrovò a terra: tra le braccia aveva il phooka agonizzante, e sentiva il calore del suo sangue sui vestiti, mentre si guardava intorno cercando Eryel, che era sparita.

Un lampo lo avvolse, e mentre il buio tornava a regnare, si accorse che intorno a lui il paesaggio era cambiato, e la grotta non c’era più.

Ciò che vedeva attorno a sé aveva qualcosa di familiare: riconobbe la radura delle fate, gelida e immobile nella sua morsa di cristallo.

“Dytril, che cosa è successo… ti chiamavo, ti correvo incontro… e adesso ho tanto freddo…”

La voce di Eryel risuonò nella sua mente.

Con un tuffo al cuore, lo sguardo corse frenetico per la radura alla sua ricerca. Come mai non l’aveva ancora vista? Non c’era? Eppure lui l’aveva sentita, era sicuro che lei fosse lì.

Infine abbassò lo sguardo sul phooka che si trovava tra le sue braccia: trapassata dalla sua spada, era Eryel. Eryel chiuse gli occhi e gli spirò in grembo.

Un’angoscia infinita piombò addosso a Dytril come una cascata fredda.

Lui che mai aveva pronunciato un suono, esplose in un urlo di dolore così straziante e potente da scuotere la terra, facendo tintinnare la foresta cristallizzata tutt’intorno.

Un urlo tremendo riecheggiò su tutto il lago,  e venne udito a mille leghe di distanza.

02_sangue

In quella notte nacquero le leggende che narravano il ritorno della tremenda creatura in questo mondo, e alcuni bambini furono tormentati dagli incubi per anni.

L’urlo di Dytril iniziava a calare di intensità, mentre la luna tramontava e la notte si spegnava.

Una nuova alba stava sorgendo.

 

…continua

 

2 risposte a Atto I

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